venerdì 23 ottobre 2009

Educazione News, anno II, n. 5, 2009. Domande. E risposte.

mercoledì 8 luglio 2009

Educazione News 2009, numero 4: ci vogliono degli adulti

venerdì 3 aprile 2009

Ecco a voi EducazioneNews n.3, 2009

È uscito il numero 3 di quest'anno.

Il nostro foglietto è reperibile qui.

Editoriale
“…una società che non insegna è una società che non si ama; che non si stima”, con queste illuminanti parole di Charles Péguy, si apre il volantino “Viva la scuola”, che in questi giorni ha cominciato a circolare, senza rumore, di mano in mano, ma con una parola così forte, così in sintonia con l’“Appello per l’educazione”, che ci sentiamo di farlo nostro fino in fondo e di rilanciarlo. Con esso pubblichiamo alcune reazioni a caldo che ci sono arrivate quando abbiamo iniziato a parlarne con persone che con noi condividono la passione per l’educazione. La forza del testo sta nell’attaccare la questione della scuola non rimanendo fermi al disagio (“stiamo diventando, o continuando ad essere?, – nota un commento – un Cantone dal ‘fazzoletto facile’ dove, invece di positivamente e costruttivamente reagire, ci si crogiola in piagnistei, spesso purtroppo di mero principio”) ma mettendo al centro, attorno ad alcune parole chiave, la sfida affascinante dell’insegnare. E’ impressionante sentire chi, dopo anni di insegnamento, ti dice “per vincere bisogna essere ben preparati, ben formati, avere una grande passione per il proprio lavoro, essere entusiasti del compito che affrontiamo ogni giorno”. Insegnare vuol dire lasciare un segno, ci ricorda il volantino. Basterebbero queste parole per intuire la portata dell’avventura. Tra una miriade di segni effimeri, contradditori, lasciare un segno – un segno veramente positivo – significa mettere in gioco tutta la propria persona, “essere certi della positività di quel che si comunica” e “credere nella dignità di chi si ha davanti”. Questa certezza allarga la ragione e mobilita la libertà. La ragione si dilata a capire la tradizione, la ricchezza da cui siamo nati (“siamo nani sulle spalle di giganti”), ciò che di essa si conserva vitale e urge a vivere il presente e ad aprirsi al futuro con la forza di una fondata speranza. Non vaghi sogni, evasive utopie, ma solida speranza. Mobilita la libertà, che sempre si desta in un incontro. Nell’incontro tra insegnante ed allievo. Un incontro che mette in moto due libertà e apre prospettive mai prevedibili. Altro che noiosa ripetitività! Viva la scuola dunque, “Vivi la scuola!” poiché “il capitale che ci è affidato non permette improvvisazioni e abbassamenti di passione e di guardia”. Bisogna tornare ad “educare insegnando” e cogliere negli occhi dell’allievo “la piena soddisfazione e la gioia di aver imparato”. Contro le “tendenze suicidali di una società che non ha stima della sua scuola, dell’insegnamento e dei maestri.”

lunedì 16 febbraio 2009

È uscito EducazioneNews 2, 2009

Image by courtesy of sottosuolo.it

Pubblichiamo l'editoriale di questo nuovo numero - l'edizione online del numero 2 del 2009 è reperibile sul sito del Centro Culturale di Lugano - e la versione integrale del testo di Laurent Lafforgue, matematico di livello internazionale, si si sta imoengando per far "rivivere la scuola repubblicana laica" in Francia.

Editoriale
Per dare voce all'esperienza

Una delle critiche, anche costruttive, mosse all'Appello per l'educazione è di essere generico, di non indicare cure e neppure diagnosi per un male che è pur da tutti riconosciuto essere grave se non gravissimo. Anche Orazio Martinetti l'ha scritto sull'ultimo numero di Scuola Ticinese.

Tuttavia ci preme sottolineare che né l'intenzione né il giudizio che sostanziano l'Appello sono generici. Al contrario, crediamo di avere incontrato tanto favore di pubblico – ci sono più di 600 nomi e cognomi in calce al testo –, proprio perché abbiamo posto l'attenzione sul punto originario, non programmabile ma insostituibile del fatto educativo: la libertà umana. Una libertà che è fatta di ragione e di affezione.

Solo una volta che si sia riconosciuto in questi termini il volto dell'uomo, si potrà anche tenere intelligentemente conto di tutti i condizionamenti possibili e immaginabili, delle reti e non reti, delle famiglie disfatte e degli insegnanti stressati, ma niente di tutto questo metterà in discussione il fatto veramente interessante, e cioè che un essere umano che si affaccia alla vita ha bisogno di un altro che ve lo introduca. Ha cioè bisogno di un rapporto, di essere introdotto in quel particolare spazio che un tu rappresenta per l'io, vuole essere accolto nell'esperienza che un altro ha già fatto del mondo e di sé, ha bisogno del dono gratuito della ricchezza accumulata nella memoria di chi l'ha preceduto, non per poter riuscire, ma semplicemente per poter vivere, per potersi accorgere di esistere.

Come hanno scritto moltissimi dei firmatari dell'Appello, l'unico reale impedimento a questo è la solitudine. Un protocollo si può applicare in perfetto isolamento, un programma lo si può realizzare senza guardare in faccia nessuno, una costruzione può venire su quasi da sé, ma che un essere umano sia introdotto alla realtà, questo può avvenire solamente se la libertà di un altro lo accoglie e lo accompagna. Nessuna condizione è di ostacolo a questa compagnia, e invece tutto, anche le difficoltà e il dolore possono essere occasioni per rivelarla sempre di nuovo. È una compagnia di ventura, dove l'intelligenza dello scopo inventa come adattare le cose e gli eventi, con sovrana signoria e baldanza irreprimibile, al bene reale. E lo scopo, il bene, è l'umanità di ciascuno – di chi guida come di chi segue. Proprio questa è tutta da scoprire nell'incontro con la realtà.

Allora, non è affatto sufficiente lamentarsi di una presunta condizione di impossibilità a trasmettere il valore del sapere o del dovere, perché altri strani strumenti avrebbero invaso il campo, relegando i libri alle soffitte. Questo sarebbe esattamente come dire: "ragazzi questo mondo che vi sta davanti, in realtà non vale affatto la pena di conoscerlo. Quello che oramai non esiste più, quello sì valeva la pena, ma purtroppo siete arrivati tardi, e non vi abbiamo lasciato niente che valga veramente qualcosa". Così si riconosce contemporaneamente la propria responsabilità nello sfascio, e si impedisce ad altri di potersi confrontare lealmente con la propria tradizione.

In realtà l'unica domanda che l'Appello intendeva porre è esattamente questa: voi, adulti ed educatori, vagliando il vostro tesoro d'esperienza, cosa valutate che valga la pena proporre ai giovani fra tutto quanto avete vissuto, conosciuto e sperimentato?

Per questo abbiamo poi creato EducazioneNews: per dare finalmente voce all'esperienza.

Lafforgue: far rivivere la scuola repubblicana laica

A lato, il libro dedicato da Laurent Lafforgue alla scuola.
Premio Fields nel 2002 (l’equivalente del nobel per la matematica), è professore permanente al prestigioso Institut des Hautes Études Scientifiques.
Da tempo va riflettendo con provocatoria lucidità di giudizio
sulle ragioni della crisi che investe l’educazione intellettuale (e dell’uomo in generale), la trasmissione del sapere e della cultura e sui rimedi possibili.
Pubblichiamo questo testo per gentile concessione del Centro Culturale di Milano.

di Laurent Lafforgue

Ho scelto di mettermi insieme ad altri per tentare di riabilitare e di far rivivere la scuola repubblicana laica, così come era stata messa in atto dalla Terza Repubblica nel 1880, ed è durata fino al 1960, seguendo gli stessi principi: il valore della conoscenza razionale, del sapere e dello studio, il valore della grande cultura tramandata dai secoli, il valore incommensurabile del linguaggio e della letteratura, (sua espressione privilegiata), la fiducia che esistono verità oggettive e universali – che l’uomo ha per vocazione di cercare instancabilmente – la fiducia nella libertà dell’uomo, che può esplicitarsi indipendentemente da tutti i determinismi storici e sociali. E l’istruzione fornisce i mezzi della libertà intellettuale. Oggi, questa scuola non esiste quasi più, o piuttosto, ad essa è stata sostituita, nel giro di pochi decenni, una realtà molto differente. Per rendersene conto, basta che ciascuno interroghi gli allievi che conosce su quel che apprendono o non apprendono e sulla cultura che acquisiscono o non acquisiscono, o basta valutare, per esempio, lo stato di impreparazione intellettuale sempre crescente degli studenti, che arrivano ogni anno all’università. Si può leggere qualcuno tra i molto numerosi libri di testimonianze di maestri elementari e o di professori di scuole medie e superiori, che sono apparsi in questi ultimi anni. Queste testimonianze sono propriamente allucinanti, e lo sono tanto più che, di là dall’evoluzione generale della nostra società, si accorda sempre meno valore al sapere, allo studio e alla cultura in quanto tale; esse mettono direttamente in causa l’Education nationale che, attraverso le sue differenti istanze di potere, sembra aver condotto una politica di distruzione della scuola e dei principi che la fondano. In questa distruzione, un ruolo particolarmente importante è stato giocato dalle sedicenti “scienze dell’educazione”, e dalla sociologia, nel momento in cui hanno elaborato contro la scuola un sedicente discorso sociale, che la spossessava della sua legittimità democratica. Più generalmente, tale ruolo, è stato giocato da una forma deviata delle scienze umane e sociali, che ha voltato le spalle alle umanità classiche, fondate sul primato della libertà dell’uomo e sull’irriducibile singolarità di ogni storia umana individuale o collettiva; che cerca di copiare il modello delle scienze della natura come se l’uomo fosse un oggetto inerte sottomesso a leggi fisiche o, tutt’al più, un topo da laboratorio. Più profondamente ancora, gli antichi principi della scuola non solo sono stati rinnegati, ma sono stati messi sotto accusa, giudicati e condannati. La nozione di verità è stata resa responsabile di tutti i fanatismi e condannata a essere sostituita dal relativismo, delegittimando in profondità ogni forma di istruzione e di ricerca intellettuale. In questa scia, tutti i saperi - letterari, scientifici e matematici - sono stati sospettati di non essere nient’altro che delle costruzioni, molto marcate storicamente, sociologicamente e, certamente, non universali. Se, per esempio, l’insegnamento delle scienze matematiche nei collegi e nei licei è diventato formalista e ha perso la sua sostanza, è perché molti non vi hanno effettivamente visto altro che un formalismo vuoto di senso. La nozione di libertà e il suo corollario, la responsabilità, sono state sospettate di mascherare la realtà dei determinismi sociali; da trent’anni il discorso sociale sulla scuola consiste nel dire che i figli dei privilegiati se la caveranno sempre e che i figli degli ambienti sfavoriti mai, che non c’è dunque bisogno di fare qualcosa per i buoni allievi, obbligatoriamente privilegiati, e che bisogna dare tutto ai cattivi allievi, obbligatoriamente vittime di fronte alle quali la scuola resterà sempre colpevole. La nozione di grande cultura è stata considerata come un perverso mezzo di dominazione di certe classi sociali - aristocratici o borghesi - sulle altre, o di certi popoli sugli altri. A causa del colonialismo anche in Francia più ancora che in altri paesi europei, gli scrittori sono sempre stati molto critici sulla società del loro tempo, sui suoi prestigi e le sue relazioni di potere – critici verso la società aristocratica prima del 1789 e critici verso la società moderna invasata dal mito del progresso dopo il 1789 e critici del colonialismo, fin dal XVI secolo con Montaigne. La scuola si è messa a insegnare che tutto si equivale, i programmi di francese domandano ormai di applicare le stesse griglie di analisi formale ai testi letterari, agli articoli di giornale e ai messaggi pubblicitari, considerati alla stessa stregua: mettono al bando l’ammirazione invitando a demistificare le opere e mettendo a nudo le astuzie attraverso le quali si presume che gli autori manipolino i lettori. La cultura francese ed europea è stata particolarmente messa alla gogna come corresponsabile dei grandi crimini dell’Europa (per restare agli ultimi in ordine di tempo: le due guerre mondiali, i totalitarismi, la Shoah). La scuola partecipa pienamente al rifiuto della Francia e dell’Europa di continuarle; i francesi e gli europei del nostro tempo si ritengono buoni e morali e non vogliono aver più niente in comune con i loro antenati, che non lo erano; non vedono più l’ammirevole fecondità intellettuale e culturale, di cui la loro civiltà fu capace nel corso dei secoli. Essa non ha più valore ai loro occhi, e, in ogni caso, essa non basta a risparmiare alla cultura europea una condanna a morte per immoralità e un’esecuzione per rifiuto del passato (quando anche i totalitarismi contro i quali si pretende di reagire, si definiscono come una rottura radicale con la cultura europea in tutte le sue dimensioni, e la Shoah fu lo sterminio fatto da esseri brutali, che avevano rifiutato ogni forma di umanesimo del popolo della terra più consacrato allo studio, alla cultura e al sapere). Da ultimo, il linguaggio stesso è stato messo sotto accusa; se da più di trent’anni, l’insegnamento del francese è stato rovinato più di tutti gli altri, non è per l’effetto di una semplice accumulazione di circostanze infelici, ma perché la lingua è diventata sospetta. Si sarà compreso che io non accetto nessuno degli atti di accusa contro la cultura, che credo che esistano verità oggettive e universali, senza le quali, d’altronde, non avrebbe alcun senso essere matematico; credo che l’uomo sia irriducibilmente libero e chiamato a una libertà sempre più grande, che si esprime in modo particolarmente felice quando cerca la verità; che credo nel potere non alienante, ma profondamente liberatorio del linguaggio. In breve, credo in tutti i principi dell’umanesimo classico. Tra i fenomeni legati al rinnegamento fatto dalla scuola di questi principi, per me il più desolante è la rapida estinzione letteraria della Francia, alla quale assistiamo. Durante i secoli, la Francia è stata la nazione letteraria per eccellenza e ha esercitato una sorta di regalità dello spirito, al punto tale che tutte le élites europee e, talvolta extra-europee, imparavano la lingua francese. Questa irradiazione non era la conseguenza di un dominio politico ed economico: la Francia era potente, ma non fu la più potente, se non qualche anno con Napoleone. La ragione per la quale il francese era la lingua delle élites, ivi comprese delle potenze rivali della Francia, era la sua straordinaria fecondità letteraria e culturale. La fortuna letteraria e culturale della Francia si è affermata sin dal Medioevo, è sopravvissuta alla guerra dei Cent’Anni e alle guerre di Religione, ha trovato il suo pieno sviluppo sotto l’Antico Regime, malgrado tutte le sue storture, e ha continuato magnificamente nella Francia post-rivoluzionaria fino agli anni ‘60. Poi, nel giro di qualche decennio, essa sembra essersi sprofondata nella mediocrità. Se il posto del francese nel mondo si assottiglia sempre più, è perché semplicemente gli autori francesi non scrivono più grandi libri, capaci di appassionare il mondo, di sconvolgerlo e di arricchirlo. Ancora sotto la Terza Repubblica, la scuola era stata capace di suscitare scrittori molto grandi, usciti anche da famiglie miserabili e illetterate e orfani di padre come Charles Péguy o Albert Camus; la scuola di oggi apparentemente non è più capace di far emergere scrittori simili da nessun ambiente. La constatazione meno sorprendente non è la totale incoscienza e indifferenza dei nostri compatrioti di fronte alla nuova sterilità letteraria, culturale e intellettuale della Francia: è del tutto giusto che molti non considerino il declino del francese nel mondo come un progresso democratico. E, per quel che riguarda il solo campo intellettuale in cui la Francia è ancora brillante – la matematica – è proprio un ministro dell’Education Nationale che ha considerato questo ultimo focolare di grande vitalità come un problema. Dunque difendo ardentemente la scuola repubblicana laica, così come fu messa in atto dalla Terza Repubblica.

L’essenziale per me, e un paradosso
Le persone che mi conoscono sanno che questo impegno non va senza paradossi da parte mia, poiché, ben al di sopra del mio stato di matematico, del mio interesse appassionato per la letteratura o del mio amore per la Francia e la sua lingua, io pongo la mia fede in Cristo e la mia fedeltà fiduciosa nella Chiesa cattolica, da cui ho ricevuto questa fede, che mi rendono spesso molto critico verso la Francia repubblicana e laica e, più ancora, verso la società secolarizzata contemporanea, nella quale mi sento straniero. E, nonostante tutto, sì, io difendo la scuola repubblicana.

Io la difendo per un sentimento di profonda gratitudine personale e familiare: mentre nessuno dei miei nonni era andato al di là dell’attestato di studio, essa ha permesso ai miei genitori di proseguire gli studi e di scoprire le lettere classiche, la letteratura, la filosofia, le scienze, la matematica. In seguito ha permesso a me, così come ai miei fratelli, di fare degli studi brillanti e di consacrare la nostra vita alla ricerca intellettuale o all’insegnamento. Io la difendo per la sua equità e neutralità, per il modo in cui, quando è stata messa in atto, non ha rinnegato nulla dell’eredità della cultura francese e europea, ivi compreso quel che poteva apparire più lontano dallo spirito repubblicano, e ha fatto studiare Pascal e Bossuet, più tardi Dostoevskij e Péguy, così come Voltaire, Rousseau e Diderot. Io la difendo perché ha avuto totale fiducia nell’intelligenza e nella libertà di ciascuno, perché non ha temuto di dare agli allievi che passavano per le sue mani armi intellettuali temibili, correndo il rischio che, più tardi, questi allievi puntassero le armi contro essa, il che non è mancato di accadere (ma rassicuriamoci: la scuola di oggi non assume più rischi simili). Questa scuola sedicentemente borghese ha prodotto generazioni di spiriti liberi: alcuni fedeli e altri ribelli. Io la difendo, perché creava un mondo comune: quello della ragione, della conoscenza razionale, del pensiero che riflette e del dibattito argomentato, nel quale uno come me, per cui la ragione è un dono di Dio, può ritrovarsi e accordarsi in modo molto profondo con persone che interpretano la ragione diversamente, ma la rispettano quanto me. Persone di diverse sensibilità, tradizioni e convinzioni, non solo francesi, ma del mondo intero. Finché la scuola restava centrata sui saperi, era l’istituzione repubblicana per eccellenza e, al tempo stesso, quella alla quale potevo aderire interamente e, insieme a me, potevano aderire tante persone con diversi orizzonti. Io la difendo perché orientava verso l’amore, la ricerca della verità, apriva alla bellezza e risvegliava la libertà: innanzi tutto attraverso l’apprendimento approfondito della lingua.

L’attaccamento che la scuola repubblicana laica e i suoi antichi principi hanno saputo ispirare a me, come a tanti altri, è tanto più notevole che io nutro contro la Francia laica, secolarizzata e staccata dalle sue radici spirituali cristiane e bibliche, un sospetto maggiore: quello di essere incapace di fecondità a lungo termine. In particolare, sul piano intellettuale e culturale, essa mi suscita l’immagine di un ramo magnifico, ma staccato dal suo albero, al quale non affluisce più linfa e che lentamente si secca. Sono molto colpito nel constatare che, dalla fine del XVIII secolo, la Francia sembra conoscere un declino lento e inesorabile: declino demografico relativo, molto pronunciato dal XIX secolo, declino economico, politico e militare (“tanto meglio” – diranno alcuni – non senza buone ragioni – non pensando, però, a quante disgrazie sarebbero state risparmiate al mondo, se la Francia avesse vinto la battaglia nel 1940), declino intellettuale e culturale, che si innescò ben dopo, ma che da qualche decennio è spettacolare. Sorprende tale declino, tanto più che la Rivoluzione fu ammirevole sotto molti punti di vista e instaurò in Francia un nuovo ordine politico e sociale, obiettivamente assai superiore all’antico. Tale declino mi fa pensare che la Rivoluzione abbia fatto tutto bene e che solo in una cosa abbia mancato l’obiettivo, la più essenziale sfortunatamente: vale a dire, preservare la relazione con Dio, sorgente di ogni fecondità. Sono molto colpito dalla differenza di destino e di creatività – differenza che non smette di accentuarsi – tra la Francia, dove per ragioni storiche molto comprensibili, si è voluto costruire la libertà contro la Chiesa cattolica e contro il cristianesimo, e l’altra repubblica, nata alla fine del XVIII secolo, gli Stati Uniti, in cui la libertà si è costruita appoggiandosi al cristianesimo. I francesi si consolano di questa differenza di fortuna e di fecondità, persuadendosi che sono più intelligenti degli americani e moralmente superiori, ma, allora, dovrebbero stupirsi del fatto che gli americani, popolo reputato ignorante ma religioso, trattano cento volte meglio di noi francesi le loro università, sia in termini di mezzi che in termini di autonomia riconosciuta nel campo del sapere, a dispetto dei dirigenti la cui azione è, talvolta, particolarmente stupida e arrogante. Suppongo che non sia un caso se l’Università, vecchia istituzione medievale nata ben molti secoli fa dalla Chiesa, resta il luogo per eccellenza della trasmissione e della formazione del sapere mentre le nostre “Grandes écoles”, ereditate dai Lumi, impegnano solo raramente i loro studenti nella via del sapere, coltivato per se stesso. Sono profondamente attaccato alla scuola della Terza Repubblica, ma so che non fu creata a partire da niente, ma ricalcata assai largamente sulle scuole cristiane, allo stesso modo in cui il liceo napoleonico fu istituito sul modello dei collegi dei Gesuiti. Vedo che un secolo appena dopo la loro laicizzazione, queste istituzioni, che avrebbero voluto onorare i saperi al di fuori della Chiesa, non li onorano quasi più. Constato che lo sprofondamento letterario, culturale e intellettuale della Francia cominciò negli stessi anni ’60, in cui la massa della società civile voltò le spalle a tanti secoli impregnati di cristianesimo. Non posso non notare che oggi più che mai il popolo ebreo, popolo della Legge e dei profeti, il popolo di Dio, fa prova di una creatività intellettuale e culturale, a cui nessun altro popolo si avvicina, neanche da lontano.

So che scrivendo queste righe urto diverse persone, e effettivamente scrivo a scopo di provocazione. Per me una questione bruciante è posta oggi alla nostra società francese e europea secolarizzata: sei capace di fecondità? Sei capace di rifondare attraverso te stesso il valore del sapere e dello studio, e di continuare la cultura europea? Se sì, provalo, non con dichiarazioni di principio, ma con fatti! Se puoi essere fecondo, dai dei frutti! Per esempio, ricostruisci una scuola della cultura e del sapere, e ridai alla lingua francese una grande letteratura, che arricchisca il mondo! Rifai della Francia una nazione che dà molto, in tutte le scienze e in tutti i campi della conoscenza.

Se ciò si dimostra impossibile, da parte mia riporrò la mia speranza nella Chiesa, anche per rifondare il valore del sapere e dello studio e far rivivere la cultura francese ed europea in tutte le sue dimensioni: non come oggetto da museo, ma come tradizione vivente. È paradossale che io scriva ciò, tenendo conto della lunga storia di relazioni conflittuali tra la Chiesa e gli artigiani dello sviluppo della conoscenza razionale in Europa, dopo il Rinascimento. Tuttavia, a mio avviso, non bisogna dimenticare che se le scienze e l’insieme delle conoscenze si sono sviluppate in Europa, emancipandosi dalla tutela delle Chiese, esse lo hanno fatto su un terreno cristiano, che aveva posto l’esigenza di verità come un imperativo assoluto per l’uomo. Come ha scritto Renan, se bisogna glorificare l’islam per Averroé, bisogna, allo stesso modo, glorificare il cristianesimo per Galileo. D’altra parte, riconosco che i cristiani non hanno sempre fatto buone cose in materia di educazione. Nei tempi attuali, si deve assolutamente citare il libro magistrale di Jean-Claude Milner, pubblicato nell’84, che identificava negli ambienti “cristiani progressisti” una delle grandi forze all’opera nella distruzione della scuola repubblicana. Temo che avesse ragione. Aggiungerei, solamente a titolo informativo, che, prima di interessarsi all’Education Nationale e di sostituirvi i metodi pedagogici ai contenuti, questi ambienti avevano fatto le loro prime prove nei Catechismi e nelle Aumôneries (Cappellanie), che hanno largamente rovinato la trasmissione della fede, prima di rovinare quella della cultura. Non perchè il loro progressismo fosse malvagio per natura, ma perché, a mio avviso, essi hanno finito nel crederci più che in Dio. Qualunque cosa ne sia, sono persuaso che la rivalorizzazione della cultura e del sapere e la rivivificazione della cultura europea può venire dalla Chiesa; una Chiesa passata dal fuoco del pentimento e che ci starà il tempo necessario, ma che contrariamente alla società europea, non ha rinnegato tutto quello che la sua eredità comporta di buono e di prezioso e che non è sprofondata nell’odio di se stessa; una Chiesa sprovvista di ogni potere temporale e che non ha altra forza che quella della parola; una Chiesa riconciliata con la ragione e che la esalta come cammino di verità e di saggezza; una Chiesa che sa che il sentimento e l’esperienza non bastano e che la fede deve essere pensata; una Chiesa riconciliata con la libertà, dono irrevocabile e appello di Dio a ogni essere umano, ma che, più che mai, non si impedisce di dire ciò che reputa di dover dire; una Chiesa che riconosce l’autonomia di ciascuno nella sua ricerca della verità, concepita come una vocazione umana fondamentale, ma che, più che mai, proclama che esiste una verità; una Chiesa pienamente riconciliata col popolo ebreo e il giudaismo e che potrebbe, secondo me, mettersi alla sua scuola per riscoprire nello studio una forma privilegiata di lode e di relazione con Dio (e in uno spirito critico, un senso della trascendenza della verità che si lascia indefinitamente approfondire, ma mai afferrare completamente e neanche esaurire). Per giocare il suo ruolo di “lievito nella pasta”, la Chiesa non ha bisogno di essere molto numerosa: le bastano piccole comunità molto forti, libere da ogni desiderio di piacere e di conformarsi alla mentalità dominante, e radicate nella fede, sulla quale tutto può essere ricostruito. Concretamente, io sogno per esempio che in Francia certe istituzioni confessionali possano scegliere di abbandonare il regime di “istituzioni private sotto contratto” e recuperare una libertà piena e intera (sperando che i guardiani della tolleranza le tollerino, non come nel 1902-1905, quando alle congregazioni fu proibito di insegnare e il giovane Charles De Gaulle, per esempio, fu costretto a proseguire la sua educazione dai Gesuiti in Belgio). Tale scelta permetterebbe di rifondare un insegnamento religioso (lettura approfondita della Bibbia in ebraico e in greco, studio della tradizione a partire dai Padri della Chiesa, studio della tradizione ebrea) e profano (umanità classiche, letteratura, filosofia, matematica, fisica, scienze), senza alcun termine di paragone con quello attuale.

Attendendo questo esito, io mi occupo di perorare la scuola repubblicana con lo stesso ardore, negli stessi termini e domandando le stesse misure che domandano molte altre persone – la maggior parte delle quali sono laici puri e duri – poiché, sul tema del ripristino della scuola repubblicana degna di questo bel nome, sono totalmente d’accordo con loro.

giovedì 15 gennaio 2009

Pubblicatio EducazioneNews n. 1, 2009

"Possiamo avere sani principi e buone intenzioni,
ma abbiamo bisogno degli altri”

EducazioneNws n.1 2009 è reperibile qui

image by courtesy of Valeria Sofia Roffi

lunedì 15 dicembre 2008

Pubblicato EducazioneNews numero 2

EducazioneNews numero 2 è reperibile qui.

Ma a cosa ti serve guadagnare tutto, se perdi te stesso?

“Prima mi è accaduto di recuperare le domande – ha detto Javier Prades all'USI lo scorso 18 novembre – poi mi sono accorto di averle perse per strada. E’ il dramma di una tradizione cristiana che perde l’umano strada facendo. Noi eravamo in una buona scuola cattolica; ho apprezzato molto la mia scuola ma di fatto per me si è confermata l’idea borghese secondo la quale tutta una generazione di ragazzi va scuola per diventare uomini di profitto nel futuro (e non sono certo contrario a queste cose) ma al prezzo
di cancellare o di sottacere le domande che sono la strada alla felicità. Per noi la scuola e l’università erano i luoghi dove avremmo acquisito le capacità per diventare ciò che volevamo; e ci siamo anche riusciti.

L’impostazione della nostra educazione in famiglia e a scuola era: ‘per essere un uomo per bene hai tutti gli strumenti in mano, se sei serio avrai nella società la posizione che desideri’. In quel processo si perdeva la nostra umanità, cioè la vicinanza di qualcuno che ti ponesse la domanda del vangelo: ‘ma a cosa ti serve guadagnare tutto se perdi te stesso?’. Io questa domanda non l’ho mai sentita esistenzialmente come provocatoria fino a molto tempo dopo, e da quel momento è cambiata la mia vita. Sono grato delle competenze che ho ricevuto, ma se l’educazione non sente come compito urgentissimo quello di ridestare ed educare le domande dell’uomo non può raggiungere lo scopo”.